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Ho Smesso di Fumare con la Gomma alla Nicotina Dopo 19 Anni

9 min read Updated March 29, 2026

Mi chiamo Valentina Moretti, ho quarantadue anni e vivo a Venezia, nel sestiere di Dorsoduro. Per diciannove anni ho fumato. Un pacchetto al giorno, a volte di più. Oggi sono libera da tredici mesi e devo questa libertà a un aiuto che non avrei mai immaginato: la gomma alla nicotina. Questa è la mia storia, con tutti i suoi momenti brutti e belli, perché credo che la verità sia più utile delle favole.

Ho iniziato a fumare a ventitré anni, quando lavoravo come cameriera in un bacaro a Rialto. I bacari veneziani sono posti bellissimi, ma frenetici. Cicchetti da preparare, spritz da servire, turisti da gestire, colleghi da sopportare. Le pause erano poche e brevi, e si passavano fuori, in calle, con una sigaretta in mano. La mia collega Francesca mi offrì la prima. Una Merit Gialla, leggera, quasi dolce. “Prendine una, Vale, ti rilassa.” Mi rilassò. Per circa tre minuti. Poi ne volli un’altra.

Nel giro di un anno ero a dieci sigarette al giorno. A venticinque passai a quindici. A ventotto, quando lasciai il lavoro al bacaro e aprii il mio piccolo negozio di maschere artigianali a San Polo, ero stabilmente a un pacchetto. Fumavo Philip Morris Blue, quelle con il pacchetto azzurro. Le compravo alla tabaccheria in Campo San Polo, ogni mattina, insieme al giornale. La tabaccaia, Signora Giovanna, mi preparava il pacchetto prima ancora che aprissi bocca. Questo vi dà l’idea di quanto fosse automatico il gesto.

Il mio negozio di maschere è il cuore della mia vita. Creo maschere veneziane tradizionali, dipinte a mano. È un lavoro di precisione, che richiede concentrazione e mani ferme. La sigaretta era parte del processo creativo, o almeno così mi raccontavo. Fumavo mentre stendevo il gesso, fumavo mentre aspettavo che asciugasse, fumavo mentre dipingevo i dettagli con il pennello fine. Il retro del negozio puzzava di trementina, colori acrilici e tabacco. Una combinazione che per me era il profumo del lavoro.

A trentacinque anni conobbi Andrea, il mio compagno. Andrea è architetto, veneziano di nascita, ex fumatore. Aveva smesso cinque anni prima con i cerotti. Non mi fece mai pressione, ma il suo esempio era lì, silenzioso e costante. Lui ce l’aveva fatta. Perché io no? La domanda mi tormentava, ma non abbastanza da agire.

Il primo tentativo di smettere fu a trentasei anni. Provai con la sigaretta elettronica. Comprai un dispositivo costoso, liquidi di ogni gusto. Menta, tabacco, vaniglia, frutti di bosco. Per un mese alternai la sigaretta elettronica alle sigarette normali. Poi abbandonai quella elettronica e tornai alle Philip Morris. La sigaretta elettronica non mi dava la stessa sensazione. Mancava qualcosa: il calore, il sapore vero del tabacco, il rituale dell’accensione.

Il secondo tentativo fu a trentotto anni. Smisi di colpo, senza aiuti. Resistetti due settimane. La terza settimana, durante il Carnevale, il mio negozio era pieno di turisti, le giornate erano infinite, lo stress alle stelle. Uscii nel retro e fumai una sigaretta rubata dal pacchetto di un turista americano. Da quel momento fu tutto in discesa, nel senso peggiore del termine.

Il punto di svolta arrivò nell’inverno del 2024. Avevo quarant’anni. Era novembre e Venezia era stata colpita da un’acqua alta eccezionale. Passai tre giorni a proteggere il negozio, a spostare maschere, a spalare acqua. Lavorai senza sosta, e fumavo senza sosta. A un certo punto, mentre stavo chinata a raccogliere maschere dal pavimento allagato, mi mancò il respiro. Non un po’. Completamente. Mi sedetti su una sedia, con l’acqua alle caviglie, e per trenta secondi non riuscii a riprendere fiato. Sentii il cuore battere forte, la testa girare, il panico salire. Pensai: sto morendo. Qui, nel mio negozio, con le maschere che galleggiano.

Non stavo morendo, ovviamente. Fu un attacco di panico combinato con l’affaticamento e la scarsa capacità polmonare di una fumatrice da diciassette anni. Ma la paura fu reale, concreta, viscerale. E fu quella paura a muovermi finalmente verso il cambiamento.

Andai dalla dottoressa Mazzaro, la mia medica di base. Le raccontai l’episodio. Mi fece fare degli esami, una radiografia del torace, una spirometria. I risultati mostrarono una capacità polmonare ridotta, ma niente di irreversibile. “Valentina, hai ancora tempo,” mi disse. “Ma devi agire adesso.” Le chiesi quale metodo mi consigliava. Mi spiegò le opzioni: cerotti, gomme, pastiglie, Champix. Le dissi che avevo bisogno di qualcosa che sostituisse il gesto. Non solo la nicotina, ma il gesto fisico di portare qualcosa alla bocca. Mi consigliò le gomme alla nicotina.

Comprai il primo pacchetto di Nicorette da 4 mg, gusto menta fresca, in farmacia il giorno stesso. La farmacista mi spiegò come usarle: masticare lentamente fino a sentire il sapore pungente della nicotina, poi posizionare la gomma tra la guancia e la gengiva, aspettare che il sapore passi, e poi masticare di nuovo. Non come un chewing-gum normale. Un ritmo lento, controllato.

La prima gomma la masticai il mattino dopo, invece della prima sigaretta. Il sapore era forte, quasi bruciante. Non piacevole. Ma la nicotina arrivò, e con essa la calma. Non era la stessa sensazione della sigaretta. Era più lenta, più graduale, meno intensa. Ma sufficiente a tenere a bada il mostro.

La prima settimana usai circa dieci gomme al giorno, una per ogni sigaretta a cui rinunciavo. La dottoressa mi aveva detto che era normale e che potevo usarne fino a dodici nelle prime settimane. Ogni volta che la mano cercava il pacchetto, prendevo una gomma. Nel negozio, mentre dipingevo le maschere, masticavo. I clienti non notavano niente. Era molto più discreto di uscire a fumare.

Il vantaggio della gomma rispetto agli altri metodi, almeno per me, fu proprio questo: la componente orale. Avevo bisogno di fare qualcosa con la bocca. La sigaretta era tanto nicotina quanto gesto. La gomma risolveva entrambi i problemi. Non perfettamente, non come la sigaretta, ma abbastanza da rendere sopportabile l’astinenza.

Le prime due settimane ebbi effetti collaterali. La gomma mi dava un leggero singhiozzo se la masticavo troppo velocemente. A volte sentivo un bruciore alla gola. Una volta la ingoiai per sbaglio e mi venne la nausea. Imparai a masticare nel modo giusto: piano, con calma, come un rito. Dopo qualche giorno il meccanismo divenne naturale.

Il momento più difficile fu il primo aperitivo senza sigaretta. Andrea e io andammo al nostro bacaro preferito, alle Zattere, con vista sulla Giudecca. Spritz Aperol, cicchetti di baccalà mantecato, e tutti intorno a noi fumavano. L’odore del fumo si mescolava a quello del canale e della sera veneziana. Per un momento pensai che non ce l’avrei fatta. Presi una gomma, la masticai lentamente, e mi concentrai sul tramonto sulla laguna. Andrea mi prese la mano sotto il tavolo. Non disse niente. Non serviva.

Alla quarta settimana, ridussi le gomme a otto al giorno. Alla sesta, a sei. All’ottava, a quattro. La riduzione fu graduale, come mi aveva consigliato la dottoressa Mazzaro. Non forzai niente. Quando sentivo di poterne fare a meno, ne toglievo una. Quando il desiderio era ancora forte, mantenevo il numero.

Al terzo mese ero scesa a due gomme al giorno: una al mattino e una dopo pranzo. Il resto della giornata lo gestivo senza. La dipendenza fisica era ormai minima. Quello che restava era l’abitudine, e quella la affrontai cambiando le routine. Invece del caffè al bar la mattina, dove l’associazione con la sigaretta era fortissima, cominciai a fare colazione a casa. Invece di uscire nel retro del negozio durante le pause, restavo dentro e mi facevo una tisana. Piccoli cambiamenti che facevano una grande differenza.

Il quarto mese abbandonai anche le ultime due gomme. Fu più facile di quanto temessi. Il distacco dalle gomme non fu niente in confronto al distacco dalle sigarette. Forse perché la gomma non aveva lo stesso potere rituale della sigaretta. Era un aiuto, non un piacere. E quando non ne ebbi più bisogno, la lasciai andare senza rimpianti.

I benefici cominciarono a manifestarsi presto. Dopo due settimane, l’alito era già cambiato. Dopo un mese, le dita della mano destra avevano perso quella sfumatura giallastra. Dopo due mesi, la pelle del viso era più idratata, più luminosa. Io che lavoravo con colori e sfumature tutto il giorno, cominciai a vedere colori diversi anche quando mi guardavo allo specchio.

Ma il cambiamento più grande riguardò il mio lavoro. Le maschere. Le mie mani avevano smesso di tremare. Leggero, quasi impercettibile, ma quando lavori con un pennello da un millimetro su una maschera di cartapesta, il tremore si nota. Da quando ho smesso di fumare, la mia precisione è migliorata. I dettagli sono più fini, le linee più pulite. Una delle maschere dipinte nei primi mesi senza fumo è stata selezionata per una mostra d’arte artigianale a Palazzo Mocenigo. Non dico che sia merito dell’aver smesso, ma non dico nemmeno che sia una coincidenza.

L’olfatto tornò con una potenza che mi sorprese. Venezia è una città di odori. Il pesce al mercato di Rialto, il caffè che esce dai bar, il legno bagnato delle gondole, il salmastro della laguna, l’incenso che filtra dalle chiese. Per diciannove anni avevo sentito tutto questo attraverso un filtro. Quando il filtro si tolse, la città mi si rivelò di nuovo, come se la vedessi per la prima volta.

Il gusto fu un’altra rivelazione. La prima volta che mangiai un piatto di sarde in saor dopo aver smesso, rimasi ferma con la forchetta a mezz’aria. Il sapore era diverso. Più complesso, più profondo. Le cipolle, l’aceto, l’uvetta, i pinoli. Ogni ingrediente aveva la sua voce. Prima era tutto un insieme confuso. Ora era un coro armonico.

I soldi risparmiati non sono una cifra enorme come per chi fumava due pacchetti al giorno, ma sono comunque significativi. Un pacchetto di Philip Morris Blue al giorno, sei euro. Centottanta euro al mese. Le gomme Nicorette mi costarono circa sessanta euro al mese per i primi tre mesi, poi sempre meno. Il bilancio è ampiamente positivo. Con il risparmio del primo anno ho comprato nuovi pigmenti per le maschere, colori giapponesi che desideravo da tempo e che non mi ero mai concessa.

Andrea è stato il mio pilastro in tutto questo. Non con i sermoni, non con le pressioni. Con la presenza. Quando la sera avevo voglia di fumare e non sapevo cosa fare delle mani, mi portava a camminare per le calli vuote. Venezia di notte, senza turisti, è un sogno. I passi che risuonano sull’acciottolato, il riflesso delle luci sull’acqua, il silenzio rotto solo dallo sciabordio. In quelle passeggiate dimenticavo la sigaretta e mi ricordavo perché amo questa città.

Oggi, a tredici mesi dallo stop, la sigaretta è un ricordo lontano. Non dico che non mi venga mai in mente. Qualche volta, quando sento l’odore del fumo in calle, un angolo del cervello si attiva. Ma è un riflesso, non un desiderio. Come quando senti una vecchia canzone e ti ricordi un posto che non frequenti più. Nostalgia, forse, ma non voglia di tornare.

A chi sta pensando di provare le gomme alla nicotina, il mio consiglio è questo: usatele nel modo giusto. Non come un chewing-gum. Seguite le istruzioni, masticate piano, lasciate che la nicotina venga assorbita dalla mucosa. E soprattutto, non abbiate fretta di ridurle. Il corpo ha i suoi tempi, e forzare il processo è il modo migliore per fallire.

E a chi ha paura di non farcela, dico questo: anch’io avevo paura. Anch’io avevo fallito. Due volte. Ma al terzo tentativo, con lo strumento giusto e il supporto giusto, ce l’ho fatta. Non perché sono più forte degli altri. Ma perché ho trovato la strada che era giusta per me. Trovate la vostra, e camminate. Un passo alla volta, una gomma alla volta, un giorno alla volta. La libertà è dall’altra parte.