Come la Terapia Psicologica e i Cerotti Mi Hanno Liberato dal Fumo
Mi chiamo Paolo Santini, ho quarantaquattro anni e vivo a Roma, nel quartiere Trastevere. Ho fumato per ventuno anni. Sono stato un fumatore ostinato, convinto, quasi orgoglioso. Oggi, a sedici mesi dall’ultima sigaretta, posso dire con certezza che la combinazione di terapia psicologica e cerotti alla nicotina mi ha salvato la vita. Non in senso metaforico. In senso letterale.
Ho cominciato a fumare a ventitré anni, durante gli anni dell’università. Studiavo giurisprudenza alla Sapienza, e il fumo era parte della cultura studentesca romana. Le sigarette si fumavano sui gradini della facoltà, ai tavolini dei bar di San Lorenzo, durante le notti di studio prima degli esami. La mia prima sigaretta fu una Camel senza filtro, offerta da un compagno di corso durante una sessione di studio che si era trasformata in una bevuta al pub. Non mi piacque. La seconda nemmeno. Ma alla terza, qualcosa scattò. Quel leggero stordimento, quella pausa forzata dal mondo, quel respiro profondo anche se avvelenato. Mi sembrò che il fumo facesse ordine nel caos.
Dopo la laurea diventai avvocato civilista. Il fumo e la professione legale, a Roma, vanno a braccetto da sempre. Le attese nei corridoi dei tribunali si passano fumando. Le pause tra un’udienza e l’altra si passano fumando. Le sere di lavoro in studio, con le carte sparse sulla scrivania e la luce della lampada, si passano fumando. Ero arrivato a un pacchetto e mezzo al giorno di Camel Blue. Le compravo alla tabaccheria di Via della Lungaretta, ogni mattina, con il gesto automatico di chi compra il pane.
Il fumo non era solo un vizio per me. Era una stampella emotiva. Fumavo quando ero stressato, fumavo quando ero triste, fumavo quando ero arrabbiato, fumavo quando ero felice. Ogni emozione passava attraverso la sigaretta. Era il mio filtro universale, il mio mediatore tra me e il mondo. Quando persi una causa importante a trentadue anni, fumai un pacchetto intero in un pomeriggio. Quando mio padre morì, a trentacinque, fumai per tre giorni quasi senza fermarmi.
Ed è qui che la mia storia si distingue da quella di molti altri fumatori. Non ero solo dipendente dalla nicotina. Ero dipendente dal meccanismo emotivo che la sigaretta rappresentava. E per rompere quel meccanismo, la nicotina sostitutiva da sola non bastava. Serviva qualcosa di più profondo.
Ho provato a smettere quattro volte. La prima a trentuno anni, con la forza di volontà. Sei giorni. La seconda a trentaquattro, con le gomme alla nicotina. Undici giorni. La terza a trentasette, con un dispositivo IQOS. Non fumai sigarette normali per due mesi, ma poi tornai alle Camel e aggiunsi anche l’IQOS. La quarta a quaranta, con il Champix. Funzionò per tre settimane, poi ebbi effetti collaterali che mi spaventarono e interruppi il trattamento. Ripresi a fumare lo stesso giorno.
Dopo il quarto fallimento, qualcosa si ruppe dentro di me. Non la motivazione, ma la fiducia. Cominciai a pensare che smettere fosse impossibile, che fossi strutturalmente incapace di vivere senza sigarette. Questa convinzione divenne essa stessa un ostacolo. Ogni volta che pensavo di riprovare, una voce nella testa diceva: “Perché? Fallirai anche questa volta.”
Fu mia moglie Eleonora a suggerirmi di parlare con uno psicologo. Non per smettere di fumare, inizialmente. Ma per capire perché fumavo. Mi sembrò un’idea strana. Io sapevo perché fumavo: perché ero dipendente dalla nicotina. Fine. Ma Eleonora insistette, e io, per amore o per stanchezza, accettai.
Il dottor Ferrara aveva lo studio in zona Prati, al terzo piano di un palazzo umbertino. Era uno psicologo cognitivo-comportamentale specializzato nelle dipendenze. Uomo sulla sessantina, pacato, con una barba grigia e uno sguardo che ti faceva sentire ascoltato senza essere giudicato. Nella prima seduta gli raccontai la mia storia con il fumo. Lui ascoltò, prese appunti, e alla fine disse una cosa che mi cambiò la prospettiva: “Paolo, tu non fumi per la nicotina. Fumi per gestire le emozioni che non sai gestire altrimenti.”
Aveva ragione. In ventuno anni di fumo, non avevo mai sviluppato un modo alternativo per affrontare lo stress, la rabbia, la tristezza, l’ansia. La sigaretta era stata il mio unico strumento. Era come se avessi imparato a camminare con le stampelle e non avessi mai provato a toglierle.
Il dottor Ferrara mi propose un percorso combinato: terapia cognitivo-comportamentale per lavorare sui meccanismi emotivi, e cerotti alla nicotina per gestire la dipendenza fisica. L’idea era affrontare entrambi i fronti contemporaneamente, ma con strumenti diversi. I cerotti avrebbero ridotto la fame chimica, la terapia avrebbe costruito nuovi modi di gestire le emozioni.
Iniziammo con le sedute, una alla settimana. Nelle prime quattro settimane non smisi di fumare. Il dottor Ferrara mi chiese di tenere un diario del fumo: annotare ogni sigaretta, l’ora, il contesto, e soprattutto l’emozione che provavo prima di accenderla. Fu un esercizio rivelatore. Scoprii schemi che non avevo mai notato. Fumavo sempre dopo una telefonata con un cliente difficile. Fumavo sempre quando mi sentivo inadeguato. Fumavo sempre quando avevo un conflitto con Eleonora e non sapevo come esprimerlo.
Dopo un mese di diario, il dottor Ferrara cominciò a insegnarmi tecniche alternative. La respirazione diaframmatica per l’ansia. La ristrutturazione cognitiva per i pensieri negativi. La comunicazione assertiva per i conflitti. Piccoli strumenti che, con la pratica, diventavano abitudini. Ogni volta che identificavo un’emozione che prima mi avrebbe spinto a fumare, avevo un protocollo alternativo. Non perfetto, non magico, ma concreto.
Alla sesta settimana fissai la data per smettere. Il dottor Ferrara mi mandò dalla dottoressa Bruni, la mia medica di base, per i cerotti. Mi prescrisse i NiQuitin da 21 mg per le prime quattro settimane, poi 14 mg per due settimane, poi 7 mg per le ultime due. Otto settimane di trattamento, in parallelo con la terapia.
Il giorno in cui smisi fu un lunedì di novembre 2024. Mi svegliai, applicai il cerotto sul braccio, e andai in studio. La mattina fu sorprendentemente gestibile. Il cerotto faceva il suo lavoro sulla dipendenza fisica. Quando arrivò il primo momento di stress, una telefonata con un cliente particolarmente aggressivo, la mano cercò automaticamente il pacchetto. Non c’era. Sentii l’ansia salire. Ma invece di uscire a comprare le sigarette, feci quello che il dottor Ferrara mi aveva insegnato: chiusi gli occhi, feci tre respiri profondi dal diaframma, e mi dissi: “Questa è ansia. Non è fame di nicotina. È ansia. E l’ansia passa.” Passò. Non subito, non in un secondo. Ma passò.
La prima settimana fu un esercizio costante di consapevolezza. Ogni volta che la voglia arrivava, dovevo fermarmi e chiedermi: cosa sto provando? È nicotina o è emozione? Se era nicotina, il cerotto la gestiva. Se era emozione, avevo le tecniche. Questa distinzione fu la chiave di tutto. Per ventuno anni avevo confuso le due cose. Avevo trattato ogni disagio emotivo come fame di nicotina. Separare i due piani fu liberatorio.
Il dottor Ferrara mi vide ogni settimana per i primi tre mesi. Le sedute erano il mio ancoraggio. Ci portavo i momenti difficili della settimana e li analizzavamo insieme. La volta che quasi ricaddi durante un’udienza andata male. La volta che litigai con Eleonora e uscii di casa con la tentazione bruciante di comprare un pacchetto. La volta che andai a cena con i colleghi avvocati e tutti fumavano sul terrazzo del ristorante ai Castelli Romani. Ogni tentazione diventava materiale di lavoro, occasione di crescita.
I cerotti funzionarono esattamente come previsto. La discesa dai 21 mg ai 14 fu percepibile ma gestibile. La discesa dai 14 ai 7 fu quasi indolore. Quando tolsi l’ultimo cerotto, dopo otto settimane, la dipendenza fisica era un ricordo. Il corpo non chiedeva più nicotina. Quello che restava era il lavoro emotivo, e quello continuava con il dottor Ferrara.
Il momento più difficile dell’intero percorso arrivò al quarto mese. Un caso professionale importante andò male per colpa di un errore mio. Un errore procedurale che avrei potuto evitare. Il senso di colpa fu devastante. In passato, un momento così mi avrebbe portato a fumare un pacchetto intero. Quella sera, tornato a casa, mi chiusi in bagno e piansi. Piansi di rabbia, di frustrazione, di vergogna. Ma non fumai. Non perché fossi forte. Ma perché avevo imparato che fumare non avrebbe risolto l’errore. Avrebbe solo aggiunto un secondo problema al primo.
Eleonora bussò alla porta del bagno. Entrai in salotto e le raccontai tutto. L’errore, la vergogna, la tentazione. Lei mi ascoltò, mi abbracciò, e disse: “Sono orgogliosa di te.” Non per il caso perso. Per la sigaretta non fumata. In quel momento capii il valore di quello che stavo facendo. Non stavo solo smettendo di fumare. Stavo imparando a essere vulnerabile, a chiedere aiuto, a vivere le emozioni senza filtro. Letteralmente.
Dopo sei mesi ridussi le sedute a due al mese, poi a una. Oggi vedo il dottor Ferrara una volta al mese, più come mantenimento che come terapia attiva. Ma quell’appuntamento è sacro. È il mio check-in con me stesso, il momento in cui faccio il punto su come gestisco lo stress, i conflitti, le emozioni.
I benefici fisici sono stati graduali ma profondi. La capacità respiratoria è migliorata enormemente. Ho ripreso a giocare a calcetto con gli amici, cosa che avevo abbandonato a trentacinque anni perché non reggevo più lo sforzo. Al primo allenamento, dopo sei mesi senza fumo, corsi per quarantacinque minuti senza fermarmi. Non vincemmo, ma quel giorno vinsi io.
Il sapore e l’olfatto tornarono con forza. Roma è una città di odori magnifici: il caffè dei bar la mattina, i supplì che friggono nelle rosticcerie, i fiori al mercato di Campo de’ Fiori, il pane che esce dai forni di Trastevere. Per ventuno anni avevo sentito tutto questo in versione attenuata. Quando tornò a piena potenza, fu come passare dalla televisione in bianco e nero a quella a colori.
Il risparmio economico fu consistente. Un pacchetto e mezzo di Camel Blue al giorno, quasi dieci euro. Trecento euro al mese. Tremilaseicento euro all’anno. I cerotti costarono circa centoventi euro per l’intero ciclo di otto settimane. La terapia con il dottor Ferrara, con la convenzione del Servizio Sanitario, mi costò un ticket di trentacinque euro a seduta. In totale, tra cerotti e terapia, spesi meno di seicento euro nei primi sei mesi. Un investimento che si ripagò in due mesi di sigarette non comprate. Con i soldi risparmiati nel primo anno, Eleonora e io abbiamo portato i bambini in vacanza in Grecia. Due settimane a Creta, una cosa che rimandevamo da anni.
C’è un aspetto che non si quantifica in euro: il rapporto con i miei figli. Matteo ha dodici anni, Sofia ne ha nove. Per tutta la loro vita mi hanno visto uscire a fumare sul balcone, allontanarmi durante le cene, puzzare di tabacco quando li abbracciavo. Sofia una volta mi disse: “Papà, sai di brutto.” Quattro parole che pesarono come macigni. Oggi, quando li abbraccio, so di dopobarba e basta. Quando li porto al parco, non devo interrompermi per fumare. Quando li aiuto con i compiti, le mie dita non macchiano i quaderni di giallo.
A chi sta pensando di smettere e ha fallito più volte, il mio messaggio è questo: forse non è una questione di forza di volontà. Forse è una questione di approccio. Se fumate per gestire le emozioni, come facevo io, affrontare solo la dipendenza fisica potrebbe non bastare. I cerotti, le gomme, il Champix sono strumenti eccellenti per la nicotina. Ma se dietro il fumo c’è ansia, stress, paura, rabbia, solitudine, allora serve anche un altro tipo di aiuto. La terapia cognitivo-comportamentale non è roba da deboli. È roba da intelligenti. È capire il problema prima di tentare di risolverlo.
Sono sedici mesi che non fumo. Cammino per Trastevere la sera, passo davanti ai ristoranti dove un tempo mi fermavo a fumare, e sorrido. Non perché sia tutto facile. Ma perché so che ogni giorno senza sigaretta è un giorno in cui ho scelto me stesso. La mia salute, la mia famiglia, la mia libertà. E questa scelta, ripetuta ogni giorno, è la vittoria più grande che un avvocato possa ottenere. Nessun tribunale al mondo assegna un premio così.