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La Terapia Comportamentale Mi Ha Salvato: 26 Anni di Fumo, Poi la Libertà

7 min read Updated March 29, 2026

Mi chiamo Luca Colombo, ho quarantanove anni e vivo a Bologna da quando avevo diciotto anni. Sono un insegnante di storia e filosofia al liceo Galvani, e da sedici mesi non fumo una sigaretta. Dopo ventisei anni di dipendenza e cinque tentativi falliti, ho trovato la chiave che ha aperto la porta della mia libertà in un posto che non mi aspettavo: lo studio di una psicologa specializzata in terapia cognitivo-comportamentale.

La mia storia con il fumo è cominciata nel 1997, quando avevo vent’anni ed ero al secondo anno di università. Studiavo lettere all’Alma Mater, la più antica università del mondo, e passavo le giornate tra le aule di via Zamboni e i caffè del centro. Bologna era una città di fumatori, allora ancora più di oggi. Nei bar si poteva fumare dentro, e l’aria era sempre velata di azzurro. Ho cominciato con le Camel senza filtro, per darmi un’aria da intellettuale, poi sono passato alle più pratiche Marlboro Gold, che sono rimaste la mia marca per tutto il resto della carriera da fumatore.

A venticinque anni fumavo un pacchetto al giorno. A trenta, un pacchetto e qualcosa. La sigaretta era il mio compagno costante: nella preparazione delle lezioni, nella correzione dei compiti, nelle discussioni al bar con gli amici, nelle passeggiate sotto i portici. Bologna è una città fatta per camminare sotto i portici fumando, e io lo facevo per chilometri, da piazza Maggiore fino alla Certosa, con la sigaretta che punteggiava ogni passo.

Ho tentato di smettere cinque volte. La prima nel 2005, a freddo, durato due settimane. La seconda nel 2009, con i cerotti alla nicotina, durato un mese. La terza nel 2013, con la sigaretta elettronica, durato due mesi, il mio record fino ad allora. La quarta nel 2018, con le gomme alla nicotina, durato dieci giorni. La quinta nel 2021, di nuovo a freddo, durato tre giorni. Ogni volta il copione era identico: partivo con grande determinazione, resistevo per un po’, poi un momento di stress o di debolezza mi faceva cedere, e in un istante tutto il lavoro fatto crollava.

Dopo il quinto fallimento ho smesso di provarci. Mi ero convinto che fossi fatto così, che la mia biologia o il mio carattere mi condannassero a essere un fumatore per sempre. Ho accettato la cosa con una rassegnazione che, guardandola adesso, mi fa rabbia. Ma in quel momento sembrava l’unica opzione razionale.

Il cambiamento è arrivato nel settembre del 2024. Avevo quarantotto anni e stavo correggendo i temi di inizio anno nella mia stanza, la finestra aperta per far uscire il fumo, quando mia figlia Beatrice, che aveva sedici anni e studiava nella stanza accanto, è venuta a bussare. “Papà, in classe il professore di scienze ci ha fatto vedere un video sui danni del fumo. Ho pianto.” Si è seduta sulla sedia e mi ha guardato con quegli occhi da adolescente che sono un misto di amore e di rimprovero. “Non voglio che ti succeda quello che è successo al nonno.”

Mio padre è morto nel 2019, a settantadue anni, per un tumore ai polmoni. Aveva fumato per quarantacinque anni. Gli ultimi sei mesi della sua vita sono stati un calvario di ospedali, terapie, dolore. Ero al suo fianco quando se ne è andato, e ricordo il suono del suo respiro negli ultimi giorni: un rantolo sottile che non riusciva a diventare respiro vero. Quel suono mi ha perseguitato per anni, ma non era bastato a farmi smettere. Le parole di Beatrice, invece, hanno colpito un punto diverso.

Quella sera ho parlato con mia moglie Laura. Le ho detto che volevo smettere, ma che avevo paura di fallire ancora. Laura, che è una donna pratica e concreta, mi ha suggerito di provare un approccio diverso. “Hai sempre provato a combattere la dipendenza fisica,” mi ha detto. “Ma forse il tuo problema è più nella testa che nel corpo. Perché non provi con uno psicologo?”

Aveva ragione, come spesso succede. Il giorno dopo ho cercato online e ho trovato la dottoressa Martini, una psicologa cognitivo-comportamentale specializzata in dipendenze, con studio in via Castiglione. Ho preso appuntamento per la settimana successiva.

Il primo incontro è stato una rivelazione. La dottoressa Martini non mi ha parlato di nicotina, di polmoni, di salute. Mi ha chiesto di raccontarle la mia giornata tipo, sigaretta per sigaretta, e per ogni sigaretta mi ha chiesto: “Cosa prova prima? Cosa prova durante? Cosa prova dopo?” Nessuno me lo aveva mai chiesto. Nessuno aveva mai trattato il fumo come un comportamento da capire, piuttosto che come un vizio da eliminare.

Nelle settimane successive ho scoperto cose su me stesso che non sapevo. Ho scoperto che fumavo principalmente in risposta a tre emozioni: ansia, noia e senso di inadeguatezza. L’ansia da insegnante, la noia delle riunioni scolastiche infinite, il senso di inadeguatezza che mi assaliva quando confrontavo la mia carriera con quella dei colleghi più brillanti. La sigaretta non risolveva nessuna di queste emozioni, ma le mascherava temporaneamente, come un antidolorifico che toglie il sintomo senza curare la causa.

La dottoressa Martini mi ha insegnato tecniche concrete per gestire queste emozioni senza la sigaretta. Per l’ansia, la respirazione diaframmatica: quattro secondi di inspirazione, sette di trattenimento, otto di espirazione. Per la noia, il reframing cognitivo: trasformare il tempo “vuoto” in tempo “libero”, un cambiamento di prospettiva che sembra banale ma che ha trasformato la mia percezione delle giornate. Per il senso di inadeguatezza, la tecnica del diario dei successi: ogni sera scrivere tre cose che erano andate bene durante la giornata, per spostare il focus da quello che mancava a quello che c’era.

Ma la tecnica più potente è stata l’analisi delle catene comportamentali. La dottoressa mi ha insegnato a riconoscere la sequenza che portava alla sigaretta: trigger, pensiero, emozione, comportamento. Per esempio: trigger (il collega mi critica in riunione), pensiero (“non sono abbastanza bravo”), emozione (inadeguatezza), comportamento (fumo). Una volta che vedevo la catena, potevo interromperla in qualsiasi punto. Potevo cambiare il pensiero (“una critica non definisce il mio valore”). Potevo gestire l’emozione (respirazione). Potevo sostituire il comportamento (camminata nel cortile della scuola).

Ho smesso di fumare il 22 novembre 2024. Non l’ho fatto da solo: avevo la dottoressa Martini che mi vedeva una volta alla settimana, Laura che mi sosteneva a casa, e un gruppo di supporto online di ex fumatori italiani che avevo trovato su un forum. Scrivevo lì ogni sera, raccontando la mia giornata, e leggevo le storie degli altri. Sapere che non ero solo faceva una differenza enorme.

I primi giorni sono stati difficili, ma in modo diverso dalle volte precedenti. La voglia c’era, forte e insistente, ma avevo gli strumenti per gestirla. Quando sentivo il desiderio montare, mi fermavo e facevo l’analisi della catena: cosa ha scatenato questa voglia? Cosa sto pensando? Cosa sto provando? E poi applicavo la tecnica appropriata. Non sempre funzionava al primo colpo, ma funzionava abbastanza spesso da tenermi in piedi.

Un momento che ricordo con particolare intensità è stato durante una cena con gli amici del liceo, un sabato sera alle Osterie di via del Pratello. Eravamo in otto, sei dei quali fumavano. Dopo la cena, i tortellini in brodo che a Bologna sono una religione, tutti sono usciti a fumare. Io sono rimasto seduto con il mio bicchiere di Sangiovese e ho sentito quella vocina che diceva: “Sei solo qui dentro. Tutti sono fuori a divertirsi. Una sigaretta non ti ammazzerà.” Ho preso il telefono e ho scritto nel gruppo di supporto: “Sono a cena, tutti fumano, sto per cedere.” In due minuti sono arrivate cinque risposte. Gente da tutta Italia che mi diceva: “Resisti, ce la fai, non ne vale la pena.” Sono rimasto seduto. I miei amici sono rientrati dopo dieci minuti, puzzando di fumo, e la serata è continuata. Quella sigaretta non fumata è stata una delle mie vittorie più grandi.

La terapia è durata sei mesi, con sedute settimanali che sono diventate quindicinali e poi mensili. La dottoressa Martini mi ha dato molto più che tecniche per smettere di fumare. Mi ha insegnato a conoscere i miei meccanismi emotivi, a gestire lo stress senza stampelle chimiche, a essere più gentile con me stesso. Queste sono competenze che uso ogni giorno, non solo contro il fumo.

Oggi, dopo sedici mesi, la mia vita è diversa in modi che non avrei immaginato. Insegno con più energia. I miei studenti, che probabilmente non sanno nulla della mia battaglia, beneficiano di un professore più presente, più paziente, meno irritabile. Beatrice è orgogliosa di me, e questo vale più di qualsiasi altra cosa. Laura dice che sembro ringiovanito, e forse ha ragione: la pelle è più luminosa, gli occhi più vivi, il respiro più profondo.

Ho ricominciato a suonare la chitarra, una passione abbandonata da vent’anni perché le dita ingiallite dal fumo mi facevano vergognare. Ho ripreso a cucinare con Laura, il ragù alla bolognese della domenica che ora sento con tutti i suoi profumi. Ho scoperto il piacere di passeggiare sotto i portici senza fermarmi ogni cento metri per accendere una sigaretta, percorrendo in un’ora quello che prima ne richiedeva due.

Ho risparmiato più di tremila euro, che ho investito in un viaggio a Barcellona con tutta la famiglia. La prima vera vacanza in anni in cui non dovevo cercare angoli appartati per fumare, non dovevo portarmi dietro pacchetti e accendini, non dovevo pianificare le giornate intorno alle sigarette.

A chi legge questa storia e si riconosce nei miei fallimenti, voglio dire: il problema non siete voi. Il problema è l’approccio. Se avete provato a smettere con la forza di volontà e avete fallito, non significa che la vostra volontà sia debole. Significa che state usando lo strumento sbagliato. La terapia cognitivo-comportamentale mi ha dato gli strumenti giusti, e con quelli in mano il cammino è diventato possibile.

Non facile. Possibile. E a volte, possibile è tutto quello che serve.